Associazione Italiana AgroForestazione

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La coltura promiscua della vite come precedente dell’agroforestazione

L’agroforestazione ha un antico precedente nella cosiddetta “coltura promiscua”. Con questo termine si indicano tutte quelle forme colturali che associano nello stesso campo, diversi tipi di colture annuali, poliennali e permanenti, tra loro e in certi casi anche con la presenza degli animali.

La coltura promFerrario_miniiscua era diffusa in tutta Europa, nelle forme più diverse. L’Italia era famosa per la coltura promiscua della vite, allevata su sostegno vivo, associata ai seminativi. I seminativi erano cosparsi di alberi isolati da legno, da frutto o da foglia, o attraversati da lunghi filari che fungevano da sostegni vivi alle viti. I tralci della vite salivano sull’albero, oppure venivano tesi da un albero all’altro in festoni o infine si spingevano a formare complicate pergole. “Aratorio arborato vitato” era il nome che i rilievi catastali avevano attribuito a questo tipo di coltura  nell’ottocento, il periodo della sua massima diffusione. L
e analogie con i sistemi agroforestali moderni sono evidenti, sia in termini di colturali che paesaggistici.

Oggi di questo paesaggio non restano che pochi frammenti dispersi, una parte infinitesima delle centinaia di migliaia di ettari documentati ancora negli anni sessanta del novecento nell’Italia centrale e nordorientale. Negli anni sessanta e settanta del novecento la coltura promiscua è stata sostituita quasi ovunque dalle colture specializzate (seminativi, vigneti, frutteti) in un processo guidato dalle logiche della semplificazione e della razionalizzazione. La coltura promiscua è stata bollata come obsoleta ed irrazionale ed è sostanzialmente sparita dal paesaggio agrario italiano.

Ma il panorama culturale sta cambiando: ci stiamo accorgendo che il paesaggio della coltura promiscua può offrirci una preziosa lezione per i paesaggi del futuro. L’agricoltura europea vive un momento di profondo ripensamento della sua missione e della sua natura. Non è più possibile seguire il paradigma della specializzazione e della semplificazione senza porsi domande radicali sulla sua sostenibilità ambientale, economica, e sociale. La possibilità di nutrire il pianeta comporta la necessità di ripensare cosa è razionale e cosa non lo è, obbliga a immaginare altri e nuovi modi di “intensificare” l’agricoltura.

Entro questo quadro i frammenti della coltura promiscua che sono sopravvissuti appartengano irrimediabilmente al passato ma hanno molto da dire su una possibile strada verso il difficile bilancio tra l’esigenza di nutrire il pianeta e quella di rispettarne i limiti naturali.

L’anacronistico “aratorio arborato vitato” può contribuire a questo progetto grazie alla straordinaria lezione di multifunzionalità che ancora oggi ci trasmette. Gli studi e le pratiche sperimentali sull’agroforestazione l’hanno colta per tempo e stanno cercando di diffonderla.

Articolo di Viviana Ferrario

Riferimenti bibliografici

  • E. Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Laterza 1982 (1961)
  • H. Desplanques, Il paesaggio della coltura promiscua in Italia, Rivista Geografica Italiana, LXVI (1959), pp. 29-64.
  • F. Cazzola, Disboscamento e riforestazione ordinata nella pianura del Po: la piantata di alberi nell’economia agraria padana, secoli XV – XIX, “Storia Urbana” 76-77 (1996)
  • V. Ferrario, Aratorio arborato vitato. Il paesaggio agrario della coltura promiscua tra fonti catastali e fonti cartografiche, in S. Bortolami, C. Mengotti, Antico e sempre nuovo.  L’agro centuriato a nord est di Padova dalle origini all’età contemporanea, Cierre, Sommacampagna (VR), 2012

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